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ANTOLOGIA CRITICA DI GIACOMO BERGOMI

BERGOMI, IL MONDO RACCONTATO DALL'ACQUA
Un'ispirazione che sembra congiungere i fontanili delle Basse ai corsi d'acqua del Venezuela

All'inaugurazione della mostra "Tepuy e cascate" di Giacomo Bergomi, nelle sale di Villa Morando a Lograto, lo sguardo gira parimenti sui vapori e le vertigini di quelle acque, rappresentate su tele alte e larghe due metri per due metri e sugli affreschi puliti e rifiniti e sui quadri sopra i portali, rimessi con cura al loro posto, dopo esser stati custoditi prudentemente nel caveau delle banche bresciane.
Le cascate e i tepuy da cui esse ribolliscono prima di scendere a rompere il silenzio della foresta dopo mille metri di volo, sono state raccolte dallo stupore di centinaia e centinaia di visitatori. Lo stupore di Bergomi è condiviso ed è già in se stesso una utile donazione in tempi in cui non ci si meraviglia più di nulla.
Quello stupore che Mino Martinazzoli, alla inaugurazione della mostra, aveva tradotto magnificamente riportando la riflessione di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Cercando, forse, di svelare una delle scarse chiavi di lettura di una speranza attiva, di una salvezza possibile attraverso gli strumenti della vita. La lingua dell'arte serve, e come, nell'epoca della scarsa comunicazione umana e della massima comunicazione tecnica. Ma non si capisce come possa essere comunicazione ciò che non serve a comunicare emozioni, umore e intelligenza.
All'acqua virtuale, anzi minerale, Bergomi riscopre l'acqua dell'origine, bianca potente e purificatrice. Di marca venezuelana, figlia di quei tepuy, si diceva, con la cima resecata, come una sega trancia un tronco, senza capo, insomma, manifestando coma l'acqua si crei da tutto il corpo e non solo dal cervello, essendo figlia del divenire - ricordava ancora Martinazzoli - e cioè dal mulinare di ogni membra, di ogni terra e di ogni saliva nello stesso istante ad ogni latitudine. L'acqua come spirito, peperò imbrigliata in una forma, è forse questa la strategia della mostra di Bergomi a Villa Morando a Lograto, la capacità di illustrare un elemento primitivo, desiderato in qualità della sua in contaminazione e rappresentato, ancora, nella sua primordialità.
Della mostra di Giacomo Bergomi, incantevole poiché ha incantato tutti coloro che erano lì e si sono espressi così, abbiamo registrato questo: Bergomi è un talento naturale, mano eccellente, carattere bizzarro; proporre acqua in tale quantità, vale dire bianco su bianco è frutto di una maestria guadagnata in anni e anni di fatica; ma la mostra di Lograto non mostra soltanto cascate: vi è in quell'acqua la somma di elementi che costituiscono un ambiente completo, un quadro non soltanto fluido; c'è sempre, per esempio, un cielo ora azzurro ora blu insidioso, di un'intensità inversamente proporzionale al cielo. Così succede che esso diventi scuro man mano si alza il livello della cascata e chiaro se si allontana, come se il cielo temesse, come lo teme la terra, un'invasione dell'acqua nel suo spazio e si armasse di molecole più scure.
E poi, oltre all'acqua e al cielo ci sono questi tepuy. Queste montagne che assomigliano a tronchi d'albero risalenti tra le nuvole, vissuti da Indios invulnerabili. Sono lì, del resto, con corolle di fiori intorno al collo loro e delle loro donne, appena distaccati nelle sale più piccole della Villa, illustrando un mondo che noi ammiriamo in cartolina, da perfetti falsoni-si fa per dire, ma non fa male dirlo-quando rimpiangiamo il tempo perduto non combiniamo nella per rimediarlo.
Ultimo e non ultimo, si è detto che l'acqua di Bergomi, quelle cascate derivano dalla sua infanzia. Nascono dai fontanili già illustrati delle basse, continuano nei fossi e nelle fontane mosse dalle sue lavandaie, si liberano nell'Oglio nuotato fino all'età giovane quindi proseguono, carsicamente, lungo il passaggio a nord ovest nel campo infinito delle acque. Ho sentito un bizzarro come il pittore dire che la congiunzione del Bergomi dei fossi e delle fontane con il Bergomi delle cascate e dei Tepuy avviene attraverso la linea congiuntiva dell'Oglio nel Po e quindi nel Mediterraneo-Adriatico e poi dell'Atlantico fino alla risalita dell'Orinoco alla somma delle cascate Venezuelane che lo riguardano. Certo, fantasie. Ma le acque, se non avessero nomi, sarebbero tutte acque e basta. L'acqua delle cascate e l'acqua dei fontanì. La globalizzazione è in natura. Non inventiamo nulla. L'arte, in fondo, congiunge ciò che ci siamo dimenticati. L'arte di Bergomi ci riesce per bene.

TONINO ZANA
Da Bergomi, il mondo racconatato dall'acqua, in "Giornale di Brescia", 8 ottobre 1999.

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