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ANTOLOGIA CRITICA DI GIACOMO BERGOMI

BERGOMI, IL PITTORE DELLA MEMORIA
Un inedito ritratto dell'artista nato a Barco di Orzinuovi, figlio della civiltà contadina.

Il pittore Giacomo Bergomi? Un fratello per me. Ci siamo conosciuti quasi imberbi, abbiamo vissuto negli stessi luoghi per decenni, ci siamo frequentati sempre. Com'è, dunque, che non ne ho scritto mai mentre tanti altri l'hanno fatto? Proprio per questo, perché degli amici viscerali non si può scrivere, ci si limita a comunicare anche tacendo, a intendersi, a volersi bene con semplicità e naturalezza. Se ora mi metto a scrivere di luì posso assumere il cipiglio - e la supponenza - del critico o di quello che cerca il pelo nell'uovo? No. Poiché con Giacomo me lo son sempre permesso, potrei dire: questo quadro è buono, quello non mi va. Ma son cose che ho detto e dirò in avvenire a lui solo, seduto in quella tal poltronaccia del suo studio, a fianco della finestra che dà su via Trieste. Non verrei a cantarle in pubblico anche perché oggi non è tanto il buon quadro che interessa ma la firma; è insomma una questione di mercato e io col mercato non ci ho mai avuto nulla a che fare.
Parlerò dunque dell'amico e magari sarò indiscreto perchè Giacomo può aver cose che vorrebbe non fossero dette e io invece le dirò perché sono uno scrittore e ognuno ha gli strumenti suoi. Ma saranno rivelazioni innocenti e simpatiche, soprattutto umane, che non gli nuoceranno e anzi lo faranno amare di più.
Gli inizi, per cominciare. Bergomi nasce a Barco di Orzi, suo padre è mandriano, i fratelli e le sorelle sono contadini. Un fratello, Vittorio, è in seminario. Giacomo da ragazzo fa il famiglio, el famèi, è cioè avviato allo stesso mestiere del padre. Quando la famiglia si sposta a Lograto - a San Martino, l'11 novembre, per salariati e braccianti scadevano i contratti e si traslocava - Giacomo è ancora famiglio, ma uno strano famiglio, che ritrae le vacche negli scorci di tempo, e questo è ritenuta una stravaganza. In paese chi esce solo di poco dalla norma si becca la qualifica di «mato» e Giacomo non sfugge all'onorevole titolo. Ha un'altra passione in questi anni: la bicicletta. E nel dilemma «pennello - pedale» vince infine il pennello e il sogno di emulare Bartali è sbaragliato da quello di emulare Giotto e soci.
In quel torno di tempo a insegnar pittura alle giovani leve c'era qua a Brescia un maestro di chiara fama anche se oggi quasi del tutto dimenticato: Emilio Pasini, ottimo colorista, ritrattista efficace e disegnatore elegante che aveva studio in via Santa Chiara. Vi affluivano come allievi giovani promettenti che poi si son fatti un posto apprezzabile nella storia artistica bresciana degli ultimi quarant'anni. Bergomi vi arriva subito dopo la guerra. Ha per compagni Decca, Saleri, chi altro? Per qualche giorno ci fui anch'io, che volevo curiosare - inguaribile vizio - nel mondo dei colori. Pesini mi pigliò a suo confidente: quel Bergomi? Buon colorista, ma disegna da cani. Il maestro aveva un disegno diligente e minuzioso, Bergomi tirava giù sciabolate e deformava. Ma scoprii presto che la vera regione del dissidio era che Bergomi gli corteggiava le modelle di cui il vecchissimo Pasini regolarmente si innamorava.
Poi Giacomo, che di pittura doveva campare, andò a Milano dove qualcosa si poteva vendere - allora Brescia non era quel buon mercato che divenne una quindicina d'anni dopo. Io, nel frattempo, ero sceso da Lumezzane dove insegnavo come supplente in una scuola elementare ed ero tornato alle mie Basse. Avevo preso in subaffitto due gelide stanze nel castello di Maclodio, a un tiro di schioppo da Lograto dove Bergomi tornava spesso a trovare la famiglia. In questo castello c'era un vasto salone forse testimone dei noti fatti storici che costarono la testa al Carmagnola. Come studio per un pittore l'ambiente era l'ideale, ma non si poteva occuparlo stabilmente perché dichiarato d'interesse storico, o così credo. Comunque, chiesto il permesso all'affittuario del castello Bergomi piazzò tredici cavalletti in fila con altrettante tele della stessa dimensione e in un giorno passando da una tela all'altra coni vari pennelli intrisi ognuno di un colore portò a termine tredici marine di dignitosissima qualità commerciale. Le vendette poi a Milano per poche migliaia di lire. Questi introiti, di provenienza un po' umiliante, gli consentivano di vivere e di completare la sua preparazione artistica. In quel tempo fece il ritratto di mia moglie; ci si sente l'allievo del Pasini, è elegante senza essere personale. Glie lo pagai mille lire, di più non potevo. Poi, quando si liberò dal bisogno e potè dipingere ciò che voleva e come voleva, cosa accadde? Che tornò alle sue origini contadine, scopri che il mondo della sua fantasia era lì attorno a lui. In quel medesimo tempo io scoprivo il Ruzante e mi innamoravo dei primitivi siculi e toscani e umbri. Frequentava allora la mia casa - mi ero trasferito di nuovo e proprio a Lograto - un allampanato giovanetto maniaco del teatro, contadino anche lui, e gli attaccai la mia stessa passione, gli feci studiare il Lamento di Jacopone e il Cantico delle Creature e lo misi letteralmente su un treno che lo portava a un concorso di recitazione presieduto dalla Torrieri. Oggi quello spaesato contadinello è l'attore di professione Antonio Piovanelli che ha lavorato con Visconti, con i fratelli Taviani, eccetera.
Vivevamo allora, senza rendercene ben conto, l'ultima stagione della civiltà contadina e nei quadri di Bergomi, come nella vicenda umana e spirituale di Piovanelli, c'era il presagio del tramonto. Quei critici che, currenti calamo, ficcavano Bergomi tra i realisti si sbagliavano di grosso e si capiva che non avevano mai messo il naso in una cascina: Giacomo dipingeva la sua inquietudine che di là a non molti anni sarebbe diventata nostalgia di un mondo scomparso. Pittore della memoria, altro che della realtà!
Il tramonto di un mondo può avere toni e splendori di una opulenza autunnale. In una di quelle sere bollenti della nostra estate contadina a un arguto farmacista nostro comune amico, arca d'ogni ameno tiro, vivente repertorio d'ogni barzelletta, venne in mente di giocare una burla a un certo anziano mandrillone che era a bere le acque a Casino Boario e che viveva nell'eterna ricerca di femmine compiacenti. Fu dunque raggiunto telefonicamente e avvertito che in serata un suo amico, mossosi a compassione delle sue pene astinenziali, gli avrebbe recato dal Carmine una bellissima etéra, s'apparecchiasse ben lavato, profumato e con biancheria di bucato, ne valeva la pena. L'accordo era che si sarebbero incontrati in un certo posto, l'amico l'avrebbe caricato con la pulzella in macchina e, sorpassato un ponte antico, piegato in un certo praticello, l'amico li avrebbe lasciati ai comodi loro. Preparasse un plaid, sarebbe stato una finezza necessaria.
Lascio immaginare se quello non fece tutto a puntino. Io, Toni e Giacomo in cosa ci entravamo? Ci arrivo: Giacomo venne a casa mia con una orripilante nerissima e voluminosa parrucca. A far da etera sarebbe stato lui. Mia moglie gli dette un suo vestito, gli gonfiò il petto con degli stracci, lo truccò. Ora se Bergomi è passabile come uomo, vi dò per certo che come donna e con quella scarmigliata, indomabile parrucca, era una cosa da far spavento, la Medusa a dir poco. Io e Piovanelli avevamo un altro ruolo e ci mettemmo in abito scuro con cravatta. Si parte dal paese con due macchine, il procacciatore e la procacciata sulla prima, io e Toni sulla seconda. Al luogo stabilito, puntuale e inappuntabile, il mandrillone è ad attendere la sua bella e scivola prontamente in macchina, noi stiamo in distanza a osservare. Ci si avvia verso l'antico ponte. Nella macchina davanti a noi l'amico è al volante, i due, diciamo così, spasimanti sono sul sedile posteriore. Il mandrillo, eccitatello, azzarda una tenera carezza sulla guancia irsuta della orrenda creatura e la trova... delicatissima. Ma via via si fa pia intraprendente e Giacomo ha il suo bello e il suo buono a fargli tener le mani a posto. Arrivano al di là del ponte, accostano. Il nostro maturo amadore, nitrendo come un puledrino, balza fuori e stende la coperta sull'erba... A questo punto, secondo l'intesa, io e Toni dovevamo farci avanti a dire: «Alto là qua si commettono atti osceni in luogo pubblico. Documenta». Invece, per lasciar Giacomo alle sue difficoltà, indugiamo. Griderelli, rumori di divincolamenti, la voce di Giacomo che passa dalla finzione del falsetto al richiamo allarmato in timbro naturale.
Alla fine lo salviamo in extremis uscendo fiorì e arrestandolo per "flagrante camporella" e lasciamo in asso il surriscaldato spasimante che si liquefa in spiegazioni e in difese: - Faem negot de mal. Chèsta lè me cüsina.
- E la coperta sull'erba? - è la nostra domanda.
- Per la rosada, capéssel, se nò sa bagnaem el cül.
Begli anni! Poi, noi che amavamo quel mondo ci siamo trovati un po' come pesci fuor d'acqua. Ma siamo tempre forti. Bergomi va a cercare i suoi contadini dove sa di trovarli, in Sudamerica; io... beh, io faccio pur qualcosa, a modo mio.

SERGIO GIANANI
Da Bergomi il pittore della memoria, in "il Giornale della Bassa", marzo 1987.


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  A Montichiari una mostra permanente, un documentario e un concerto dedicati a Giacomo Bergomi  
  Montichiari: la mostra e il documentario  

  Opere di dubbia autenticita' sul mercato bresciano  
  Il Gruppo Bergomi ha attivato procedure per il censimento dei dipinti e per contrastare la diffusione dei falsi e per promuovere lo studio della produzione del pittore.  

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