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ANTOLOGIA CRITICA DI GIACOMO BERGOMI

La forte, scabra poesia delle origini, inserita in un tessuto pittorico colto, quello che, nel Novecento, sviluppò un'osservazione dei cosiddetti primitivi italiani - artisti che precedettero la grande, illusoria rivoluzione rinascimentale - costituisce il principale elemento per la comprensione delle scelte linguistiche e stilistiche di Giacomo Bergomi.
Una semplicità programmata, che in realtà tiene conto fortemente dei valori plastici espressi nella pittura post-giottesca, fino ad arrivare a Mantegna, dalla cui osservazione il maestro bresciano trae la statuarietà ieratica dei suoi personaggi.
Tutto, in Bergomi, è mosso fondamentalmente dall'idea che, prima di Raffaello, l'arte si misurasse senza finzioni con la realtà solida della materia, senza l'illusoria, fotografica verità che avrebbe caratterizzato la pittura, tra il grande big-bang del Rinascimento fino al Novecento inoltrato.
Un ritorno alle origini, quindi. Nonostante i soggetti fossero legati al mondo degli ultimi, il linguaggio sviluppato da Bergomi è fortemente aggiornato, sotto il profilo dell'esplorazione delle filosofie pittoriche del secolo scorso. E non è un caso che, nonostante la freschezza apparentemente sorgiva dei dipinti, questa poetica semplicità - in grado di apparire allo spettatore, in alcuni casi, anche con le caratteristiche della selvaggia fragranza - sia dovuta non tanto al gesto istrionico e all'ispirazione orfica dell'autore, in grado di intercettare l'alito del grande spirito degli antenati, quanto ad un approfondito studio della storia dell'arte e alla formazione accademica che consentirono a Bergomi di comprendere che la pittura, prima ancora d'essere un fatto estetico, è un'avventura intellettuale.
Per capire l'approccio intellettuale alla materia narrativa, basterà confrontare [...] i dipinti di Bergomi con quelli di Ottorino Garosio, due contemporanei che ebbero modo di cantare i mondi contigui delle civiltà contadine e montanare. Ma se il primo, sotto il profilo compositivo mostra sempre il frutto della saldezza della propria preparazione, attraverso impaginazioni nette e sicure, monumentali trattamenti delle figure, salda gestione degli impianti chiaroscurali, matura tecnica delle stesure, il secondo rivela un approccio emotivo, suscitato da un'osservazione diretta della realtà riprodotta attraverso sintesi personali, che, in molti casi, mostrano l'esilità dell'impaginazione, proprio perché Garosio risulta, forse inconsapevolmente, un autore post-fauvista che scende alle radici dell'espressione popolare.
Nulla cioè può unire, sotto il profilo pittorico, due tra i maggiori maestri dell'arte bresciana del secondo Novecento se non il convergente interesse tematico nei confronti di un mondo - quello contadino e montanaro - estinto o in via d'estinzione.
Un recupero della civiltà contadina che, per entrambi, è comunque frutto dell'adesione sincera a quanto, in quegli anni, in seguito agli studi di antropologia e alla diffusione delle Annales - che contribuirono, a livello generale, a un modo nuovo di scrivere la storia, attraverso le azioni, le sofferenze e i ruoli svolti dalle classi popolari - permeava la società italiana. Non è infatti un caso che, mentre Bergomi sviluppava le sue ricerche dedicate alle cascine e agli uomini dei campi, l'editoria bresciana risorgesse proprio con numerosi studi dedicati ai nostri micromondi, tra antropologia e storia.
Il clima era quello. Da un lato il percorso scientifico del recupero storiografico relativo al mondo dei campi, dall'altro, a livello popolare, la certezza che il mondo industriale avesse cancellato irreversibilmente gli equilibri di una vita dura, ma a contatto con l'elemento naturale. Bergomi forn√¨ pertanto le icone sacralizzate, attraverso le quali migliaia di inurbati esercitavano ricordi e nostalgia in una società che era cresciuta troppo rapidamente. Egli si aggiornò, studiò, scattò immagini, raccolse oggetti della civiltà contadina, guardò con estrema attenzione i pittori del passato - tra i quali, indubitabilmente, Pitocchetto, dal quale fu fortemente influenzato, soprattutto a livello del tessuto scenografico e nella delineazione delle macchiette - per fornire l'anima veridica di un mondo archiviato dalla storia.
Il senso dolciastro della commemorazione è sempre evitato da Bergomi attraverso la solidità compositiva e la monumentalità dei personaggi - che pongono i suoi contadini in una dimensione poeticamente-epica -, mai inclinata al crepuscolarismo pittorico e al pianto, anche quando, specie nell'ultimo periodo, quello delle "nevicate", l'ambiente si raggela e le cascine deserte sopravvivono esclusivamente come gusci freddi, svuotati di suoni e di uomini, come ammoniti precipitate in una nuova glaciazione.

M. BERNARDELLI CURUZ
Da "Stile arte", settembre 2006

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  Catalogazione delle opere di Giacomo Bergomi  
  E' in atto la catalogazione delle opere di Giacomo Bergomi  

  A Montichiari una mostra permanente, un documentario e un concerto dedicati a Giacomo Bergomi  
  Montichiari: la mostra e il documentario  

  Opere di dubbia autenticita' sul mercato bresciano  
  Il Gruppo Bergomi ha attivato procedure per il censimento dei dipinti e per contrastare la diffusione dei falsi e per promuovere lo studio della produzione del pittore.  

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