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ANTOLOGIA CRITICA DI GIACOMO BERGOMI

Parla a scatti, con brio e porge le sue impressioni, le sue idee con franchezza e immediatezza. Il suo non è uno studio di un pittore à la page, ma sembra una soffitta parigina, un pò bohemienne con quel suo svagato disordine, uno scaffale ripieno di libri, un sofà fine ottocento, alle pareti alcune ceramiche di stili ed epoche diverse, vasi e padelle di rame; per terra, accatastate, una diecina di tele finite e da finire; sulla sinistra, accanto all'unica finestra, il suo cavalletto e la sua tavolozza con colori sparsi dappertutto.
E' qui che il giovane eppure maturo pittore bresciano Giacomo Bergomi dipinge.
Nato nel 1926, mi dice di avere studiato per alcuni anni con il pittore Pasini, ma poi per migliorare e sviluppare la sua arte decide di andare a studiare a Milano, alla scuola d'arte privata Cimabue ove sostava per un breve periodo (circa cinque mesi), poi, convinto che quello non era il suo posto, frequenta il corso di pittura regolare all'Accademia di Brera.
Non l'ho visto dipingere, ma lo immagino davanti al cavalletto, tutto preso dalla sua creazione, che dovrà nutrire di colori assoluti e complementari, di idee, di fantasia, di verità.
Si inoltrerà nel figurato e nella materia della composizione, nelle ombre, nei toni, nei volumi, nelle linee e nei segni con la stessa foga e con lo stesso entusiasmo che adopera per parlarmi della sua vita, dei suoi viaggi, che lui considera indispensabili per ogni artista, pittore, letterato, musicista che sia.
Mi dirà infatti che ha viaggiato non poco, che ha visitato il Medio Oriente, la Grecia, la Turchia, la Jugoslavia, la Bulgaria, la Romania, la Svizzera, la Spagna, la Francia e che recentemente ha vissuto per due mesi in Ecuador.
«Qui» mi dice «ho trovato il mio mondo pittorico. Da quella lontana terra ho riportato sulla carta circa 700 schizzi, che vengo via via trasformando in quadri.
In quel paese c'è sofferenza, miseria, e c'è da stupirsi come tutta quella popolazione possa vivere in quelle condizioni; però c'è anche tanta schiettezza nell'uomo e nella natura; questa non è contaminata dall'uomo.
Vi ho trovato soggetti stupendi, colori meravigliosi, quasi fiabeschi, e figure superbe di donne, identiche a quelle che ritraeva Gauguin a Tahiti
».
Quale è stato il suo primo amore in pittura?
«L'impressionismo» mi risponde.
Guardando i suoi dipinti, quelli fatti prima del viaggio ecuadoriano, mi accorgo infatti di questo suo ancoraggio; ogni artista deve rimanere fedele ad un indirizzo pittorico che più lo ha infiammato, deve insomma qualificarsi, come ogni cittadino deve per forza di cose seguire un proprio ideale politico o una dottrina religiosa.
«Sa, all'Accademia ho avuto come maestri Franchi, Carpi, Salvatori, Domenico Cantatore e Carlo Carrà».
Riguardando i suoi quadri mi vengono in mente le parole dette per Carrà da Alberto Longhi in un suo scritto «la natura rappresentata non si manifesta più irresponsabilmente come le lancette dei secondi, ma per la bocca, invisibile, grave, pausata del proprio autore».
In questa pittura incontriamo per l'appunto la figura umana, rappresentata in chiave di evento elegiaco, circondata da una atmosfera morbida, quasi velata della natura e del paesaggio, la città, il paese; il villaggio, uno scorcio di case, una stagione che passa.
La verità è per l'artista non tanto il fatto di interpretare l'evento attraverso la deposizione e la calcificazione dei colori, quanto di vivere questo evento, questa realtà attraverso una diretta partecipazione dell'animo, respirando la sensazione ed il fruscio intimo delle cose.
E proprio nell'Ecuador, in questa depressa repubblica sud-americana, lui mi dice di aver vissuto, più emotivamente che in qualsiasi altra parte del mondo, questa verità pittorica,
La sua composizione "l'indio", del quale è possibile vedere la riproduzione in una delle tavole fuori testo della rivista, è la dimostrazione di questa sua attuale tendenza, volta a condensare sulla tela i sentimenti primi che si propagano nello spazio ristretto o macroscopico della realtà e del sogno, come echi di figure antiche, simili a quelle divine quattrocentesche del Masaccio e del Giotto, che il Bergomi dichiara di amare e di venerare.
Ora mi mostra una ventina di figure di indigeni dell'Ecuador, facenti parte del primo ciclo della serie dedicata alla "quotidianità" del popolo ecuadoriano, così nobile, così dignitoso eppure così misero ed infelice.
Sono un insieme di figure del popolo, della classe più misera degli indios, che vivono il passaggio del giorno con quella carica di apatia necessaria per non farsi piegare dai tragici eventi che ivi si susseguono senza posa.
In queste tele i toni dei colori, le membra degli uomini, le forme procaci delle donne, i primi piani del paesaggio si fondono magicamente per comporre mirabilmente il suo racconto, che nel tono, nei timbri e nei volumi sembra ricalcare il modulo artistico usato dai nostri quattrocentisti.
In questi quadri egli sa unire il suo tormento interiore con le percezioni esterne; l'assoluto del sensibile esplode, pur amalgamandosi nella tela in una confortante, riposante soluzione tematica contemporaneamente al circuito che collega l'artista e l'amatore d'arte al mondo circostante, fatto sempre, è vero, di piccole cose, di terra, di mare di sole, di avvenimenti, di volontà umana, ma che, secondo la sensibilità propria di ogni singolo artista, può apparire come l'ultima ed unica soluzione visiva possibile, degna di essere percepita e realizzata pittoricamente, per essere poi vagliata e sofferta da noi che rimaniamo al di qua del quadro.

LUDOVICO PAGANI
Da Giacomo Bergomi, in "Scena illustrata", a. 86 n. 4, aprile 1971.

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  A Montichiari una mostra permanente, un documentario e un concerto dedicati a Giacomo Bergomi  
  Montichiari: la mostra e il documentario  

  Opere di dubbia autenticita' sul mercato bresciano  
  Il Gruppo Bergomi ha attivato procedure per il censimento dei dipinti e per contrastare la diffusione dei falsi e per promuovere lo studio della produzione del pittore.  

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