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ANTOLOGIA CRITICA DI GIACOMO BERGOMI

Il percorso della pittura di Giacomo Bergomi è unilineare, senza incertezze interiori od esteriori, tentativi in direzioni multiple, sperimentazione di materie, di linguaggi diversi. Tutto in lui ha un sapore, un richiamo agreste, artigiano: pittura ad olio e nella maniera classica di preparazione ed effettuazione, disegni a carboncino, ad acquarello. Nulla di straordinario, nulla che non appartenga alla tradizione più consolidata, più italiana. Si direbbe quasi che egli - come invece ha fatto - non abbia compiuto gli studi in scuole dove si viene a contatto con l'arte (con le arti) contemporanea. Invece Bergomi ha conosciuto bene il mondo artistico contemporaneo Se è rimasto caparbiamente fedele, con monotona ossessione che mostra semplicemente la profondità della sua sensibilità e dei suoi sentimenti, ad una maniera di dipingere iniziata sin quando era un ragazzo e si gettava con foga sui colori e sulle superfici bianche che gli si presentavano, non lo ha fatto per ignoranza, per un limite che non ha saputo superare.
Il suo mondo della "Bassa Bresciana", mondo di pianura e di nebbia, di povertà e di pazienza ha trovato in Bergomi il suo interprete, il suo popolare poeta. Sin dall'inizio la pennellata larga e generosa, l'accordo semplice del colore steso su grandi superfici; una figurazione piena e tradizionale senza alcuna complicazione intellettualistica connotano il lavoro di Giacomo Bergomi.
Si pensa a Rosai, ai pittori del "Novecento", ad un gusto strapaesano che fu degli anni anteriori a questa guerra. Si pensa pure ad un altro pittore, non della Bassa ma di una Valle bresciana, della Val Sabbia, Ottorino Garosio, per il gusto estremamente, immediatamente realistico: una traduzione provinciale del neorealismo nazionale, un realismo che si richiamava però sempre al grande filone lombardo e bresciano. Bergomi non ha mai interrotto questo contatto con la terra, con la gente della terra; si potrebbe dire che la città - come invece è avvenuto per un altro pittore della sua generazione e suo conterraneo, Luciano Cottini - non è mai penetrata nei suoi quadri. Anche qui ci pare che siamo davanti a un senso intelligente del limite; il pittore non fa quello che avverte non essere il suo mondo, la sua ispirazione autentica, il suo interesse primo e genuino. Pittore d'istinto, Bergomi ha pure l'istinto dei suoi limiti, delle sue possibilità, delle dimensioni dei suoi strumenti espressivi.
Davanti all'ultimo Bergomi, quello che conoscevo da alcune grandi Mostre mi era rimasta però sempre una impressione, un dubbio che non contraddice a quanto ho scritto: che Bergomi fosse da comprendere e da valutare solo entro questo spazio provinciale come uno che non si era mai misurato e non si sarebbe misurato con i problemi ed il linguaggio dell'arte contemporanea nazionale ed internazionale per amore di un suo preciso, tranquillo mondo dove aveva scoperto una sua personale sigla che non avrebbe mai abbandonato.
Ora Bergomi si è recato più volte nell'America latina, nell'Ecuador e nel Venezuela: sono state esperienze quanto mai feconde sotto l'aspetto del lavoro. Come quantità, ma anche come qualità. Per il pittore è stato un illuminare la sua identità, un riscoprire le proprie radici in un'altra terra, diversissima da quella natale eppure simile ad essa in alcuni valori fondamentali, universali: la povertà, la bellezza, la semplicità del vivere, la durezza dell'esistenza, la bontà del cuore.
Il frutto di questo incontro con un mondo analogo nella enorme diversità è stata una pittura solo apparentemente in tutto eguale a quella del periodo esclusivamente bresciano: Bergomi non ha ricercato motivi esotici, non ha ceduto nemmeno a tentazioni polemiche di gusto sociologico e politico. E' rimasto il testimone, il pittore che ritrae una data realtà, facendone emergere i valori che lo interessano. Però Bergomi che non è mai stato un esteta non lo è nemmeno ora. E soprattutto un pittore che ha approfondito, con estrema energia, i valori della forma, del colore, della linea, facendo contemporaneamente oggetto di questi valori - trovandoli in essa una realtà umana che lo ha afferrato con una suggestione eccezionale non a caso si ritrova in lui una larga eco della grande pittura ad affresco latino-americana, tutta esposta in luce meridiana, mi pare, in definitiva, che questo caso di un pittore italiano, lombardo, che è sceso in profondità entro un mondo che oggi ci interessa tutti sul piano umano, senza perdere affatto le sue originali caratteristiche ma accentuandole in maniera notevole sia da sottolineare per una sua esemplarità. Bergomi ha superato la prova, quel limite che temevamo si fosse per sempre prefissato.
Ha conosciuto altri mondi, altri linguaggi: è rimasto se stesso, con l'occhio dell'anima fisso ai suoi fratelli maggiori, un Giotto, un Masaccio, un Romanino. Nella densa semplicità del suo linguaggio, Bergomi ci raggiunge forse con una incidenza maggiore di tanti pittori molto più sofisticati ma meno fedeli alle passioni del cuore e della fantasia.

GUIDO STELLA
Da Giacomo Bergomi, in “AStudio”, a. IV n. 4/5, aprile-maggio 1975.

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  A Montichiari una mostra permanente, un documentario e un concerto dedicati a Giacomo Bergomi  
  Montichiari: la mostra e il documentario  

  Opere di dubbia autenticita' sul mercato bresciano  
  Il Gruppo Bergomi ha attivato procedure per il censimento dei dipinti e per contrastare la diffusione dei falsi e per promuovere lo studio della produzione del pittore.  

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