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ANTOLOGIA CRITICA DI GIACOMO BERGOMI

IL MONDO CONTADINO DI GIACOMO BERGOMI

Due o tre cose fondamentali si possono dire di Giacomo Bergomi (che costituiscono i chiodi solari della sua arte) e sono: la fedeltà ai sentimenti, la religiosità che sorregge il suo mondo, la dignità che lo distingue. Sua prima maestra è la vita: quella sequela di cose che fanno le asperità quotidiane e il serrato succedersi delle stagioni che dallo sfibrante lavoro nei campi si riconducono al cerchio domestico delle barchesse e delle stalle, i quattro muri inzaccherati entro cui si esplica la corte dei poveri, la cascina. E dentro le cose, la dannazione delle cose (la grandinata che brucia il raccolto, la morìa del bestiame, la carestia) ma anche l'insorgenza di parole gesti azioni che fanno la dirittura morale (la compattezza della famiglia, la solidarietà dei vicini, la gioia dell'amicizia) e dunque la pazienza, la forza, il coraggio delle cose attraverso se stessi e in comunione con gli altri. In quel regesto di umiltà e sacrifici che è il suo itinerario alla pittura, il 1957 risulta una pietra miliare. Prima, per le sollecitazioni che trova (a cominciare dall'innata passione del disegno) in insegnanti validi come Salvadori e Franchi e nello stesso direttore dell'Accademia di Brera, Aldo Carpi. Quindi, per gli importantissimi e proficui incontri con Carlo Carrà e con Domenico Cantatore. Perché, se nell'uno ammira la colta e suggestiva lezione del linguaggio tonale, all'altro deve - col più solenne battesimo d'incoraggiamento - quel magistrale riscatto dalla opaca e grommosa materialità degli avvii che consiste nella riscoperta della realtà naturale secondo la squadrata e rivelatrice chiave giottesca, mediante un'operazione di sintesi formale e di attitudine plastica, l'ossatura arcaica, l'impianto geometrico e la compostezza compositiva e cromatica, per cui le figure si assestano solidamente e il paesaggio si aderge in una dimensione monumentale. L'amabile sprone di Carrà fa dimettere a Bergomi la ruvida scorza di esercizio e di affanno che lo intriga, per consentirgli la libertà di una pulsione che lo rigenera con fervore in un processo di spasimata identificazione dal quale uscirà mondato e vibrante di tutta la linfa e i germogli della sua terra profondamente rivangata nelle tematiche dei braccianti e delle cascine. Al suo apparire in Francia, la critica lo elogia come innovatore nel campo dell'arte sacra, ma a meritargli il titolo di "peintre de la douleur et de l'austérité" e a confermare in lui certa pienezza di affiato soccorre - in esplicite scansioni - la facoltà di cercare sotto le apparenze corporee le virtù morali e la cultura in cui si incarna l'uomo, di chiarire i misteriosi rapporti che corrono fra gli esseri e le cose.
C'è un "luogo deputato" alla pittura degli esordi di Bergomi. È una chiesetta sconsacrata tra i campi di Lograto, che egli si adatta a studio, dove rintanarsi preso da una sorta di frenesia e farvi convergere (lo stesso che il sanguigno, il dirompente, l'iconoclasta Romanino allorché trascina fino ai muri delle chiese bresciane - per affrescarvi la sua Bibbia dei poveri - frotte di boscaioli o di pescatori) il mormorio, l'alito, il calore della sua gente. Le bocche tagliate a colpi di coltello, gli occhi che saettano timori e sconfidenze, i corpi sformati da venature espressionistiche rimarcano vicissitudini martoriate d'infelicità e di stenti. Bergomi non può cedere al grottesco, nè permettersi la caricatura. Avrebbe senso di derisione, suonerebbe bestemmia contro il suo sangue. Egli arriva a collocare al centro del suo rapito fervore d'arte - a mo' di preclare "nature morte" - gli stessi arcaici strumenti della liturgia agreste. Intanto, dai quattro cantoni della sua terra incalza alla fertilità dei racconti la lunga, la gremita teoria di umanità integra e antiretorica dei suoi assunti ciclici.
La donna in Bergomi (si fa per dire) è cerbiatta e mula e leona, tenerezza sottomissione gagliardia, paradigma e àncora dei valori della famiglia e della casa. È la donna con l'anfora o il fagotto delle provviste, che d'un passo lieve e invitto attraversa gli anni e le peripezie e dentro siffatta sua alterezza s'innalza - ferita o serena - con picassiana grandiosità. E la donna di segaligna e strenua tempra, che s'incurva nella spezzatura stroncante delle Raccoglitrici di olive a brancicare quella manciata di miseria in cui si enuclea il dramma del Sud. E la donna madida e sghemba del male delle sue giunture, che irrompe nel novero di aspre e belle stringatezze delle Lavandaie. E la donna percorsa e compenetrala dall'edera di esili braccia, lancinata dai lamenti e dai deliqui delle sue creature. E la donna che Bergomi ha veduto - sette spade di strazio nel suo cuore di Madonna - seguire entro la fossa il figlioletto morto di tetano.
I suoi ragazzi divariano dai soavi e arrendevoli famigli che il genio accattivante del Ceruti induce all'ombra delle cascine in divagazioni trasognate rispetto al brulichìo inquietante degli strapennati e stralunati pitocchi. Sono ragazzi che avvampano di spontaneità. In Gruppo di paese Bergomi li assiepa come per la festa della foto-ricordo di scuola, dall'incanto più bambino alla grìnta più smargiassa amalgamati nel fermento d'acume e di pastosità di un grande studio caratteriale. In Ladri di meloni li sorprende - con palese condiscendenza - totalmente assorbiti dalla golosità e dall'ingordigia, circonfusi del vanto della loro impresa, proiettati in uno spazio e in una dimensione di assoluta letizia. E in Bracconieri narra la loro iniziazione alla scaltrezza, tra un malandrino bisbigliarsi segreti e l'impegolarsi in complicità e silenzi, mentre in fondo agli occhi la limpidezza s'incrina a un vischio d'afa e di balordaggini, di sogghigni e di ceffi grondanti un magma di straordinaria emulsione.
Un ciclo in cui l'artista matura la sua risolutezza è dedicato alla inesplorata e conturbante tragedia della vecchiaia. Si tratta dei Ricoveri, quei teleri che - per l'inusitata misura e per l'arduo impegno - hanno sconvolto torpori stanato velleità di provincia, suscitando più di una polemica. Ed è vero che il capolavoro può restringersi nei limiti di un fazzoletto, ma quanti sono oggi che hanno fiato e coraggio per affrontare e rischiare la vastità di un lenzuolo? A Bergomi si è rimproverata per un verso la monotonia ripetitiva del tema e per l'altro la sua dilatazione in senso melodrammatico. Ma sono riprensioni da controbattere osservando: 1) che in pittura non si ciancia nè si teorizza ma ci si profonde e si sgobba, e che rivedere ruminare riprendere i soggetti congeniali rientra nell'esercizio di chi si attiene alla maestrìa dell'arte; 2) che il crescere e l'ingigantirsi dell'opera in Bergomi rispondono a un impulso morale perché ambiscono a suturare le lacerazioni della vita nella misericordia della pittura e la pittura si manifesta compassionevolmente consustanziata delle costernazioni della vita.
Nella sconcertante verità dei Ricoveri, se le donne conservano una loro lene sostenutezza, gli uomini si arrendono a uno struggimento che rintrona del rantolo della fine. Sul loro tracollo incombe la memoria del vecchietto caro all'artista, che nella guerra di Russia ha perduto due figli e straniato, espunto dalla cascina, vi riporta - a cercarli - il suo passo farnetico e brandelli di parole.
Anche il paesaggio, in Bergomi, ha un suo decoro di singolare concretezza. Non poggia sul vago, sulla dilettazione. Non sta in Arcadia, nella fantasia. Si abbarbica al suolo di Lombardia e ne risucchia la venustà esibendo una sorta di delega: è il paesaggio che supplisce l'uomo, lo interpreta e lo integra, in esso si identifica.
È Il paesaggio delle cascine che vediamo scorrere ai lati dell'autostrada della Serenissima - sempre più distanziate, sempre più fantomatiche - da una stagione all'altra defraudate del respiro dei poderi, disgiunte per sempre dai loro sostentamenti, recise dal senso religioso della natura, rimosse o sovvertite dal sisma di meccaniche blandizie delle speculazioni immobiliari. E Bergomi le sospinge, dal grumo delle loro rifrazioni, in mezzo al silenzio della pianura padana - al centro delle sue tele - a costituire la chiara epifania o sublimazione della casa nel contesto delle sorti contadine, il più bel monumento di ossequio a una cultura rinnegata dalle albagìe del progresso. Attorno ad esso - coagulo di grame felicità e di frequentissime disgrazie - il sole va ripetendo il suo giro di corteggiamento, ma dove sarà mai finita la sua gente? Famiglia e società hanno preso inesplicabilmente altre strade, e nelle orbate fessure della cascina fatiscente non batte più l'ala della rondine, accestisce un'altra desolazione, tuttavia essa è là che si accampa nel vibratile ardore d'una visione - materia e simbolo - porta spalancata al figliuol prodigo per ridonargli il senno e il sonno, simulacro di chi dentro la terra è nato e dentro la terra è morto perpetuandone la fecondità.
Questa è dunque pittura che concerne i sentimenti avvalendosi delle cose e rendendone testimonianza, pittura che non strepita e non impreca, eppure - nell'esaltare le infinite capacità dell'uomo di sostenere le avversità, gli stenti, le ingiustizie - assume in sè il carisma e la sostanza della storia. Pittura che ha le sue lunazioni, le sue mistioni, le sue combustioni: spreme 1uminescenza dalla opacità delle ocre e implica il segreto del macerar colori alla Foppa, ma per bramosia di luce cerca l'effluvio cristallino o per converso la corposità che inebria.
Così è in Grecia, dove l'artista insegue carovane di nomadi e trasfigura selvatichezza e innocenza, ostentazioni remissive e lampi di sfida in una ferma ieraticità da coro antico, e investe di un fulgore crepitante la bianchezza delle chiese ortodosse fin quasi a ossificarle nelle loro strutture. Invece, nel lontano Ecuador, un vento terso di altitudini e di salsedine imbeve il suo asciutto registro lombardo di qualche cromia sgargiante, quasi folate d'indaco di viola e di porpora, balenii di raso alla Savoldo per dare agli stracci di una immota realtà da presepe la sontuosa effusione del giubilo.
Succede che, quando l'industria e l'urbanesimo spopolano le cascine, depauperandole delle braccia che le onorano col lavoro, Bergomi sente stravolgere in sè le ragioni della sua pittura. E come se diseredassero anche lui, gli cavassero il sangue, gli strappassero l'anima. E allora reagisce come può reagire la mitezza in persona. Va a ritrovare se stesso di là dell'oceano, fra gli amerindi e i meticci delle tribù andine, l'altra faccia dell'orbe terracqueo. I ragazzi, le donne, i vecchi che aveva
familiarmente assembrato nell'aria di affranto delirio e di coriacea rassegnazione della sua Padania, cambiano pelle e braghe, assumono le sembianze camuse e il poncho di un popolo di formiche che alla terra chiede il nulla e il tutto per sopravvivere. Vengono innanzi, in scorcio mantegnesco - in un nuovo ciclo d'intrepida veemenza - le enormi callosità di chi batte spazi immensi per scendere al mercato a barattare un fagotto d'orzo, qualche animale, uova, un cesto di papaia. Sporge in primo piano l'adunco gonfiore di mani che devono sgranare mais, dissotterrare patate, inchiodare quattro assi di legno tenero sulla creatura troppo presto rapita dal morbo.
Apparentemente relegata in una lontananza siderale, questa che Bergomi amplifica - tornando ai teleri provocatorii - è ancora la sommessa, la spiantata, la dolente epica del mondo contadino ripudiato dagli altri in patria ma da lui riconquistato intatto nel cuore di un altro continente, in quel mirifico linguaggio dell'arte che si fa dono universale.

GIANNETTO VALZELLI
Da AA. VV., Bergomi, il mondo contadino di Giacomo Bergomi, Edizioni del Moretto, Brescia 1983.

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