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ANTOLOGIA CRITICA DI GIACOMO BERGOMI

Un pittore è un personaggio?
Se si parla di Giacomo Bergomi, 50 anni, padre di un bimbo di 22 mesi, Stefano, la risposta non può che essere affermativa. È veramente uno dei «bresciani del nostro tempo. Come l'industriale che dal nulla ha creato le sue aziende e le ha potenziate ed ha costruito un impero finanziario, così Bergomi, che vendette il suo primo quadro a Milano in piazza del Duomo, nel lontano 1957, per cinquemila lire, ha toccato con la sua arte istintiva che appaga prima d'ogni altra cosa se stesso ha realizzato qualcosa, quel qualcosa in più che gli concede il diritto di entrare nella Galleria dei bresciani dei quali la gente parla e parla diffusamente.
Non è un pittore qualsiasi e non semplicemente un pittore.
«Mio fratello andò frate per vocazione, io credo di avere per vocazione cominciato a dipingere. C'è sempre qualcosa che mi brucia di dentro quando mi metto davanti ad una tela e impugno i pennelli. Dipingo perché cosi mi va, perché sento che tutto il mio spirito si muove, quando sulla tela traduco in immagini e colori le mie sensazioni». Giacomo Bergomi parla a scatti, non sta fermo un attimo. Lo dobbiamo quasi rincorrere per trattenerlo, ogni volta che finisce di pronunciare una frase, perché ogni frase ha per lui quasi il sapore d'un concetto compiuto e di un discorso finito. Risponde e se ne va, sembra sempre sui carboni accesi, i suoi cinquant’anni sono il niente di quel ragazzo che è rimasto e che continuerà a rimanere per chissà quanto tempo ancora.
Personaggio, a Brescia, Giacomo Bergomi lo è diventato di colpo. Il perché non lo sa nemmeno lui, ma forse è per quel suo carattere da orso, da introverso, scontroso figlio delle campagne, per l'humus che ha respirato dalla terra della sua bassa, così contrastante con la suggestione struggente delle tele che realizza e che hanno la violenta potenza dell'immediatezza e della realtà.
È un romantico. La gente guarda i suoi quadri e imma­gina un pittore fatto così e così, tutto un tipo particolare. Poi arriva lui, con la maglietta girocollo e i calzoni di fustagno, all'inaugurazione d'una sua mostra e se ne sta in un angolo e nessuno sa che quei quadri sono suoi e quando il gallerista lo cerca per presentarlo a tizio o a caio, ecco che Bergomi sparisce, e ci vuole del bello e del buono per farlo ricomparire alla ribalta.
«Dicono che la mia è una pittura sorpassata, così come anni fa dicevano che era una pittura difficile da capire. Cruda, brutale, delicata, e poi la critica, buongiorno. Io dipingo un quadro, lo guardo, quando l'ho finito sono a pezzi, lo soffro, vorrei lacerarlo con le mie mani per il tormento che mi ha procurato, ma io dipingo quel che sento e gli altri gli altri, dicano quello che vogliono. Così ho cercato orizzonti più vasti, i miei contadini della bassa o le donne dei lavatoi dell'alta Vallecamonica, ad un certo punto avevano avuto tutto il mio amore. Io sto bene con la gente semplice, povera, contadina come me, è la mia gente, gente che amo».
Gli orizzonti più vasti li ho cercati in Sudamerica. Un giorno ho detto "parto" e sono andato in Venezuela, in Ecuador, ho vissuto per mesi nelle foreste, con gli indios. Che bravi! Non sanno cosa sia una cambiale, non ce n'è uno che muoia d'infarto. Ho fatto quattrocento studi d'ambiente, ho dipinto come un pazzo, poi volevo portar via i quadri, tre me li hanno comperati a Quito e sono finiti in due musei Nazionali, ma non mi va di dirlo, che m'importa!».
«Si può sapere cos'è che le importa della vita?».
«Beethoven, Chopin, Papini, Mozart, Moravia, Kafka, di queste cose mi importa. E della vita per ciò che dà. Non la penso come Pavese o come Hemingway, ma la vita è sof­ferenza è amore. Ma ha ragione Scohpenauer, quanta amarezza in tutte le cose, questa civiltà è al tramonto e adesso devo andare...».
« Un momento, per favore. Lei è personaggio a Brescia, non c'è dubbio. Quando se n'è accorto.?»
«Io? Mai. La gente non mi guarda neanche quando passo per strada e quando faccio una mostra e mi dicono bravo, bravissimo, non so mai se dicono sul serio o se fanno per complimento e allora che personaggio sono?».
«Pure quando si dice Giacomo Bergomi vengono in mente subito quei cieli cupi, quelle albe cariche di malinconia, quei volti segnati dalla fatica, quelle donne dal volto scabro e dall'espressione sensuale. La gente a Brescia, e non solo a Brescia, sa bene chi è Giacomo Bergomi.»
«Beati loro. Io non so chi sono. Basta così. Ho dei colleghi che stimo Stagnoli, Mottinelli, Caprioli e anche gli altri. Tutti più bravi di me. Io sono fermo all'aratro, al tramonto, alla pianta con le radici sprofondate nella terra. La terra. La sbriciolo nelle mani, la sento con il suo profumo, noi stessi siamo la terra. Posso inginocchiarmi a pregare, quando il sole tramonta e sembra penetrare nelle zolle lontane. È poesia stucchevole, questa? Pazienza, pazienza, io non sono il personaggio che può fare notizia. Non sono che Bergomi. E basta».
Parlando, Bergomi freneticamente cammina su e giù. Suo malgrado, personaggio lo è. Sempre alla ricerca di se stesso, pirandellianamente.

ELIO BARUCCO
Da Un personaggio anticonformista, in "La Notte", 23 ottobre 1975.

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  Catalogazione delle opere di Giacomo Bergomi  
  E' in atto la catalogazione delle opere di Giacomo Bergomi  

  A Montichiari una mostra permanente, un documentario e un concerto dedicati a Giacomo Bergomi  
  Montichiari: la mostra e il documentario  

  Opere di dubbia autenticita' sul mercato bresciano  
  Il Gruppo Bergomi ha attivato procedure per il censimento dei dipinti e per contrastare la diffusione dei falsi e per promuovere lo studio della produzione del pittore.  

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